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IL TURISMO LGBT IN EUROPA: un’analisi dei portali di promozione turistica dei 28 paesi dell’Unione Europea

A cura di Magda Antonioli Corigliano (Direttore Master in Economia del Turismo Università Bocconi) e Marianna di Salle (Coordinatore Master in Economia del Turismo Università Bocconi)

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IL TURISMO DI LUSSO: stato attuale e potenzialità

Di Magda Antonioli Corigliano (Direttrice Master in Economia del Turismo, Università Bocconi) e Sara Bricchi (Ricercatrice MET, Università Bocconi)

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DESTINAZIONE MILANO: Situazione e tendenze del mercato dei congressi e degli eventi nella Città Metropolitana

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ABSTRACT

IL TURISMO LGBT IN EUROPA

Un’analisi dei portali di promozione turistica dei 28 paesi dell’Unione Europea

A cura di Magda Antonioli Corigliano (Direttore Master in Economia del Turismo Università Bocconi) e Marianna di Salle (Coordinatore Master in Economia del Turismo Università Bocconi)

II turismo LGBT è divenuto negli ultimi anni un segmento sempre più economicamente interessante sia per le destinazioni che per gli operatori del settore. Tuttavia, non esistono dati univoci né ufficiali sulla rilevanza economica di questo segmento, se non quelli oggetto di stima da parte di alcune istituzioni e associazioni indipendenti che comunque portano a conclusioni molto simili.

Secondo le diverse fonti, il valore economico del turismo LGBT viene stimato a livello mondiale tra i 195 i 211 miliardi di dollari l’anno. In particolare l’indagine LGBT2030, condotta nel 2016 da Out Now sulle spese in viaggi di un campione di 130 mila persone LGBT residenti in 18 Paesi, rivela che la spesa è aumentata rispetto ai 3 anni precedenti in quasi tutti i Paesi considerati e soprattutto in India (+5,7%), Colombia (+4,7%) e Turchia (+3,4%). Le spese in viaggi realizzate da residenti LGBT dei tre mercati principali (Stati Uniti, Brasile e Giappone) rappresentano oltre la metà (51%) della quota di mercato mondiale.

Dopo un sintetico inquadramento della dimensione economica del settore, la ricerca si è concentrata sul’Europa e, in particolar modo, sull’analisi dei portali ufficiali di promozione turistica dei 28 Paesi dell’Unione Europea con riferimento al target LGBT. Perché?

Secondo il 21° Rapporto Annuale sul Turismo e l’Ospitalità LGBT negli Stati Uniti pubblicato dalla società di consulenza americana CMI (Community Marketing & Insights) a dicembre 2016, le strategie di comunicazione on-line degli enti del turismo -con particolare riferimento ai portali di promozione turistica- possono giocare un ruolo importante nella capacità di attrarre turisti LGBT.

Politiche di comunicazione ad hoc (come la presenza di una sezione tematica dedicata al segmento LGBT e/o l’uso di immagini LGBT in tutto il portale) sembrano infatti capaci di influenzare sia la percezione dell’ente (e quindi della destinazione) come LGBT friendly sia la scelta di visitare la destinazione. Secondo lo stesso studio, i viaggiatori LGBT esprimono inoltre il bisogno di informazioni dedicate sui portali web delle destinazioni.

Prendendo spunto da questa indagine, la ricerca ha voluto pertanto indagare l’attività di comunicazione on-line messa in campo dagli enti nazionali del turismo europei nelle versioni in inglese dei propri portali con riferimento al target dei viaggiatori LGBT.

Su 29 portali analizzati a gennaio 2017, 16 (55%) hanno una sezione o una pagina dedicata ai viaggiatori LGBT. Dei 13 portali (45%) che non dispongono di sezioni specifiche, in 5 non è presente alcun cenno ai viaggiatori LGBT, mentre in 8 è possibile trovare qualche riferimento facendo una ricerca per parola chiave nel motore interno al portale. Non fanno alcun riferimento specifico Bulgaria, Cipro, Croazia, Italia e Romania. Presentano riferimenti per parole chiave Belgio (Fiandre), Estonia, Grecia, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Portogallo e Repubblica Ceca. È presente una sezione o una pagina tematica per Austria, Belgio (Bruxelles e Vallonia), Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lettonia, Malta, Paesi Bassi, Regno Unito, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria.

Per i portali con una sezione ad hoc o con riferimenti significativi al viaggiatore LGBT, sono stati indagati i temi approfonditi e le destinazioni suggerite per capire se e come questi paesi si stiano rivolgendo al pubblico LGBT e su quali driver di attrazione turistica stiano facendo leva.

Fra i temi affrontati con maggiore frequenza ne spiccano due: gli eventi e i locali/la vita notturna. Sono rispettivamente 21 e 20 i portali che si soffermano su questi due argomenti, seguiti dall’enogastronomia trattata in 14 siti.

Su quasi 150 manifestazioni proposte in tutta Europa, spiccano quelle più direttamente rivolte alla comunità LGBT (quasi l’88%). Non si tratta però solo di Pride ma di eventi tra loro molto diversi per tipologia, contenuti e dimensione. Accanto ai festival artistico-culturali (legati al cinema e al teatro LGBT), figurano infatti iniziative sportive, concorsi di bellezza, singole giornate tematiche all’interno di eventi più ampi (come il Gay Sunday nel corso dell’Oktoberfest o la Queer Parade durante il Carnevale di Dusseldorf) o iniziative speciali come il Rainbow Ball in Austria o The Outing in Irlanda.

Sono poco più di 300 i locali suggeriti nei portali presi in considerazione, equamente divisi fra bar, cafè e ristoranti da una parte e club, discoteche e serate a tema dall’altra. Si tratta di locali per lo più ubicati in quartieri a forte connotazione gay o in aree molto vivaci e ricche di attività commerciali. Sia per i bar che per i club, c’è una forte predominanza di quelli rivolti al pubblico LGBT in senso lato e agli uomini gay in particolare. È interessante -soprattutto se si considera che stiamo parlando della comunicazione di enti nazionali del turismo- il riferimento da parte di diversi paesi a più di 50 serate a tema (molte delle quali dedicate in particolare alle donne lesbiche).

Eventi, locali e enogastronomia -seppur importanti- non sono ovviamente gli unici fattori su cui puntano gli enti del turismo per attrarre i turisti LGBT. Anche se in misura minore,fra gli elementi di appeal più citati nelle diverse destinazioni compaiono in ordine decrescente: le attrazioni culturali, lo shopping, il patrimonio storico, la presenza di quartieri a forte connotazione gay, le saune gay, il paesaggio naturale, l’architettura e il design, gli spettacoli, la possibilità di fare tour tematici alla scoperta del volto gay della destinazione e le attività outdoor.

Colpisce, invece, come -nonostante le recenti evoluzioni normative sul tema dei matrimoni e delle unioni civili- solo due portali si presentino come possibili mete per lune di miele e/o luoghi dove celebrare matrimoni. Allo stesso modo, salvo sporadici riferimenti, il target delle famiglie LGBT e quello dei nonni LGBT che viaggiano con i nipoti sembra al momento abbastanza trascurato anche se i dati sui trend di crescita di questo segmento di domanda ne sottolineano l’importanza.

Per quanto riguarda le destinazioni, gli enti del turismo non suggeriscono solo le classiche mete del turismo gay. Anzi, a volte, non le suggeriscono affatto. È il caso della Grecia che si limita -ad esempio- a parlare solo di Atene con riferimento al target LGBT. Le sezioni tematiche di Regno Unito, Irlanda, Germania, Spagna e Francia sono invece ricche di spunti di viaggio per scoprire l’intero territorio al di là della capitale e delle città più importanti.

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ABSTRACT

IL TURISMO DI LUSSO

Stato attuale e potenzialità

Di Magda Antonioli Corigliano (Direttrice Master in Economia del Turismo, Università Bocconi)

E Sara Bricchi (Ricercatrice MET, Università Bocconi)

Si stima che «ogni 8 euro spesi nel travel nel mondo, 1 è per un viaggio di lusso» (IE Premium and Prestige Business Observatory, 2015). Il comparto cresce e i numeri dicono che continuerà a farlo a livello globale ancora per tutto il prossimo decennio (+6,2% annuo fino al 2025 – contro una crescita stimata del settore travel nel suo complesso di +4,5% annuo) (Amadeus, 2016). Tuttavia l’importanza del turismo di lusso come mercato non si limita alla sua crescita, continuata anche durante la crisi (+4,5% annuo nel periodo 2011/2015 – Amadeus), o al giro d’affari che esso è in grado di muovere (Secondo Altagamma e Bain nel 2016 poco meno di 300 miliardi di € solo per Hôtellerie, F&B e Crociere). E’ anche e soprattutto dovuta al fatto che questo segmento è in grado di anticipare tendenze e comportamenti di consumo che riguarderanno in un futuro non troppo lontano il turismo nel suo complesso.

Essere quindi in grado di comprendere le motivazioni dei luxury traveler, non solo consentirà di offrire loro un prodotto/servizio sempre più customizzato (pertanto dal maggior valore aggiunto), ma di capire cosa muoverà tra qualche anno il mercato nel suo complesso e di predisporre un’offerta adeguata.

Il concetto di lusso si è evoluto nel corso del tempo e ad oggi è sempre meno legato a beni materiali (indici di status ed ostentazione) e sempre più connesso alle passioni, alla soddisfazione personale e alle esperienze, a tutto vantaggio dell’industria turistica (Secondo un sondaggio di Skift, 2017, seppur con differenze sensibili tra i diversi paesi, oltre il 50% degli intervistati ha dichiarato di preferire un’esperienza di viaggio ad un bene materiale di lusso). La soggettività connessa a questa visione del lusso pone nuove sfide agli operatori del settore, legate all’esclusività ed alla personalizzazione del servizio, ma soprattutto alla segmentazione del mercato e alla definizione di un bacino di domanda potenziale.

Si stima che nel mondo vi siano circa 14 milioni di HNWI (High Net Worth Individuals – Capgemini, 2015) e 2100 billionaire (Hurun, 2015), a cui è necessario sommare tutti coloro che pur avendo un patrimonio inferiore si rivolgono di tanto in tanto a prodotti e servizi di lusso (è sempre meno netta la distinzione tra premium e luxury). E’ infatti l’effettivo comportamento di consumo, oltre al livello di ricchezza accumulata (e non tanto criteri geografici/socio-demografici), a definire chi sono i luxury traveler.

Anche se è sempre più diffusa la pratica del “Bluxury” (business+luxury), si tratta in gran parte turisti leisure (74% – IPK, 2015), interessati a tour, short break in destinazioni urbane, mare e crociere, provenienti ad oggi principalmente da Stati Uniti, Cina, Giappone, Canada e Australia (in Europa: Regno Unito, Francia e Germania). Sono però i mercati emergenti a mostrare una crescita maggiore: Cina +12,2%, India +12,8%, Russia +9%, Paesi del Golfo +4,5%. (Amadeus, 2016) Questi ultimi da tenere in considerazione anche in relazione alle loro capacità di investimento.

Ciò che li accomuna è la ricerca di esperienze, intese come accesso a qualcosa di unico, per pochi selezionati (“a money-can’t-buy experience”), di innovativo, caratterizzate da alti livelli di qualità e personalizzazione, che suscitino emozioni e ricordi/storie da condividere, o che consentano di apprendere nuove conoscenze/praticare o perfezionare skill già acquisite (“esperienze trasformative”). Si calcola che, a livello globale, le esperienze rappresentino il 55% della spesa per il segmento luxury (Lux Redux) e siano soprattutto connesse a: enogastronomia, arte (intesa soprattutto come contemporanea), wellness-fitness e sport estremi, shopping. Si può affermare che sia l’intero viaggio a farsi esperienza: dalla digital experience in fase di prenotazione (internet risulta la prima fonte di informazione, nonché canale di prenotazione per i luxury traveler – il 72% si rivolge direttamente al sito dell’hotel o della compagnia aerea – Resonance, 2016), al trasporto aereo, al soggiorno in hotel (sempre più immerso nel tessuto e nella cultura locali), al rientro a casa al termine del viaggio con la condivisione del proprio vissuto.

Questo concetto di lusso stimola gli operatori turistici a comprendere qual è il proprio ruolo all’interno della filiera: per poter offrire un maggior valore aggiunto al cliente (si calcola che gli HNWI spendano in media 3265 € a persona a viaggio – Visa) è infatti necessario comprendere come ci si inserisce all’interno dei suoi piani di viaggio, nonché quali siano i suoi bisogni ed i suoi desiderata nella situazione contingente. Da questo quadro emerge come cruciale sia il ruolo giocato dagli intermediari: se il 70% dei luxury traveler sceglie tour indipendenti (Visa), la maggior parte di essi ricerca però anche l’esperienza di un consulente, sia egli un concierge o un operatore dell’intermediazione, che sia in grado di tradurre le necessità ed i sogni del singolo in un’esperienza tailor-made, nonché di metterlo in contatto con i brand e le realtà del lusso nella destinazione.

Chiave è quindi il ruolo della filiera, che non deve risultare composta di semplici fornitori di servizi, ma di professionisti in grado di dialogare e cooperare, tanto a livello verticale, quanto a livello di destinazione, per offrire un unico prodotto esperienziale omogeneo ed unitario, il viaggio di lusso, in cui le diverse componenti risultino sincronizzate.

La tecnologia ed il mobile giocano sicuramente un ruolo funzionale importante in questo ambito e l’utilizzo intelligente delle «tracce digitali» lasciate dai luxury traveler consente di ottenere informazioni preziose su preferenze e comportamenti di consumo utilizzabili per migliorare tanto il prodotto/servizio offerto, quanto le operations. Non bisogna però dimenticare come in questo segmento è la relazione umana a fare la differenza ed è pertanto particolarmente importante prestare attenzione alle Risorse Umane, ed in particolare al personale di contatto, con azioni specifiche di talent scouting, training, motivazione, employer branding e ritention.

Lo studio si chiude con un focus sull’Italia da cui emerge come, nonostante il nostro paese risulti stabilmente meta più desiderata dai luxury traveler stranieri (si pensi soltanto ai ranking di Virtuoso, Travel Leaders Group o Traveller Made che anche quest’anno ci vedono primeggiare), vi siano ancora margini di miglioramento sia per quanto riguarda gli arrivi, sia per ciò che concerne la spesa. Per poter far ciò, come emerso dalle interviste condotte con operatori ed esperti del settore è necessario far leva sulla propria cultura e sulla propria identità rivedendola in chiave contemporanea.

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ABSTRACT

DESTINAZIONE MILANO

Situazione e tendenze del mercato dei
congressi e degli eventi nella Città Metropolitana

Milano, 2 aprile 2017 – Dopo i successi del 2015, nell’area metropolitana di Milano il mercato dei congressi e degli eventi mantiene nel 2016 un andamento positivo, con una stabilità del numero di meeting (+0,2% rispetto all’anno precedente) e una crescita del numero sia di partecipanti (+6,8%) sia di presenze (+2,2%), generando complessivamente sul territorio milanese una spesa diretta dei partecipanti e degli organizzatori stimabile in via preliminare in 773 milioni di euro.

Sono questi in sintesi i principali risultati dello studio condotto per la Borsa Internazionale del Turismo (BIT) dal Laboratorio di Analisi del Mercato Congressuale Internazionale (LAMCI) – iniziativa sviluppata dall’Alta Scuola in Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (ASERI) – con l’obiettivo di analizzare la situazione e le tendenze della meeting industry nell’area metropolitana di Milano e che in occasione della nuova BIT 2017 ha anticipato alcuni dei principali risultati.

Lo studio condotto su 349 sedi per congressi ed eventi presenti sul territorio – con una metodologia analoga a quella che ASERI utilizza nelle rilevazioni per l’Osservatorio Italiano dei Congressi e degli Eventi promosso da Federcongressi&eventi – indica che nel 2016 nell’area metropolitana di Milano sono stati complessivamente realizzati 40.595 eventi della durata di almeno 4 ore con un minimo di 10 persone ciascuno, per un totale di 3,13 milioni di partecipanti e 4,37 milioni di presenze.

Dal confronto con i dati del 2015 – aggiornati per tenere conto di 33 sedi aggiunte alla rilevazione di quest’anno (tra cui 12 alberghi congressuali e 15 sedi istituzionali) – il settore risulta stabile in termini di eventi ospitati (+0,2% rispetto al 2015), ma in crescita rispetto al numero di partecipanti (+6,8%) e di presenze (+2,2%).

Gli eventi della durata superiore a un giorno sono stati il 27% del totale e hanno registrato circa 1,3 milioni di partecipanti, mediamente pari a 119 persone per evento, e circa 2,3 milioni di presenze sul territorio.

Anche nel 2016 la maggior parte degli eventi, il 70,5%, si è svolta negli alberghi congressuali (il 49,3% di tutte le sedi analizzate) che hanno ulteriormente incrementato il proprio peso all’interno del mercato rispetto al 2015; tali strutture, tuttavia, concentrano percentuali meno elevate di partecipanti (il 36%) e di presenze (il 31,6%): rispetto al 2015 gli alberghi congressuali risultano aver ospitato un numero superiore di eventi di minore durata e con un numero inferiore di partecipanti medi per evento.

Seguono le sedi istituzionali (strutture prevalentemente pubbliche come le sedi camerali, i centri culturali, le sedi universitarie, i musei, ecc.) e le altre sedi con il 15,8% degli eventi, il 34,2% dei partecipanti e il 33,5% delle presenze. Le sedi congressuali e fieristico congressuali concentrano il 3,8% degli eventi ma ben il 12,4% di partecipanti e il 17,1% di presenze, mantenendo sostanzialmente invariato il proprio peso all’interno del mercato.

Per quanto riguarda la tipologia di ente promotore, la performance del segmento associativo che trova soprattutto nei congressi indispensabili occasioni di crescita, formazione e confronto (si pensi soprattutto ai congressi medico-scientifici) ha subito una flessione rispetto al 2015, rappresentando il 39,8% degli eventi totali (47,3% nel 2015) e il 44,6% dei partecipanti totali (49,8% nel 2015). Il segmento corporate appare invece in crescita, concentrando il 55,6% degli eventi totali (43% nel 2015) e il 48,4% dei partecipanti (38,7% nel 2015). In diminuzione il numero di eventi promossi da enti e istituzioni che passano dal 9,8% del 2015 al 4,6% del 2016; decresce anche il relativo numero di partecipanti che rappresentano nel 2016 solo il 7% del totale (11,5% nel 2015).

Il contributo della meeting industry al PIL dell’area metropolitana di Milano

L’apporto della meeting industry al Prodotto Interno Lordo dell’area metropolitana di Milano appare considerevole. La spesa complessiva diretta dei partecipanti è stata pari a 652 milioni di euro, di cui il 65% attribuibile agli eventi a carattere internazionale e il 32% agli eventi nazionali. La spesa diretta degli organizzatori dei congressi e degli eventi, includendo la spesa per il noleggio degli spazi, per gli allestimenti e le tecnologie, per il catering e gli altri servizi, è stata pari a 121 milioni di euro, di cui oltre il 20% effettuata presso i centri congressi e i centri fieristico congressuali.

Complessivamente quindi il contributo della meeting industry è valutabile in 773 milioni di euro, pari a circa a un mezzo punto percentuale del PIL.

Investimenti e previsioni di fatturato della meeting industry per il 2017

Le sedi non smettono di migliorare per essere sempre più competitive sul mercato. Nel 2016 il 75,6% ha infatti compiuto investimenti, soprattutto per tecnologie (nel 67,6% dei casi), strutture (52,9%), infrastrutture e servizi (35,3%) e risorse umane (20,6%). Il trend è confermato anche per quest’anno: il 67,4% delle sedi è infatti intenzionata a investire, soprattutto sul fronte tecnologico.

Per quanto riguarda le previsioni per il 2017, a fronte di un aumento delle tariffe dichiarato da solo il 7,5% delle sedi, quasi la metà dei rispondenti (45,9%) si è detta ottimista circa una probabile crescita del fatturato: più in dettaglio, i risultati maggiormente favorevoli sembrano essere attribuiti al catering il cui fatturato è considerato in crescita dal 33,3% delle sedi, seguito dal fatturato derivante dal noleggio di sale e altri spazi, in crescita per il 30,3% dei rispondenti, e dal fatturato per il noleggio di allestimenti e tecnologie (23,1%). Il 52,9% degli alberghi congressuali prevede, inoltre, un aumento del fatturato derivante dal pernottamento dei partecipanti agli eventi.

Il posizionamento internazionale di Milano

Il risultato maggiormente positivo riguarda la crescita del numero di eventi con un numero rilevante di partecipanti provenienti dall’estero, che hanno rappresentato il 13,4% del totale dei congressi e degli eventi ospitati, registrando un incremento significativo rispetto al 10,4% ottenuto nel 2015.

Nonostante più della metà degli eventi rimanga locale e i partecipanti (relatori esclusi) provengano dalla medesima regione della sede congressuale ospitante nel 34% dei casi e da un’altra regione del territorio nazionale nel 46% dei casi, la strategia posta in essere da Milano per accrescere il proprio grado di innovazione e di internazionalizzazione – diventando una città più veloce e accessibile, più sostenibile e inclusiva, maggiormente attenta alla qualità del capitale umano – sta apportando effetti positivi anche nell’ambito della meeting industry.

Il monitoraggio condotto dal LAMCI sul posizionamento di Milano nei principali ranking internazionali rispetto all’ambito economico, sociale e culturale mostra, infatti, un miglioramento dell’immagine della città a livello mondiale, che l’ha portata a occupare il 21° posto nel City RepTrak™: The World’s Most Reputable Cities 2016 del Reputation Institute, guadagnando 11 posizioni rispetto alla rilevazione precedente.

Più in dettaglio, il posizionamento di Milano è migliorato con riferimento:

– alla capacità di innovazione, rispetto alla quale Milano si colloca nel 2016 al 29° posto su 500 città mondiali nel City Innovation Classifications and Rankings 2016-2017 di 2thinknow, guadagnando 20 posizioni rispetto alla rilevazione precedente (49° posto nel 2015);

– al grado di internazionalizzazione, specialmente con riferimento al numero di imprese a partecipazione estera con sede a Milano, pari nel 2015 a 3.029 (il 34% di quelle attive in Italia), e alla presenza di studenti stranieri presso le università, passata dalle 3.700 unità dell’a.a. 2003-04 alle quasi 10.000 dell’a.a. 2014/15 (5,3% del numero complessivo di studenti);

– il livello di sostenibilità, tanto che nel 2016 è rientrata nella classifica mondiale dell’ARCADIS Sustainable Cities Index 2016, posizionandosi al 42° posto: Milano risulta debole soprattutto con riferimento alla sostenibilità di tipo economico (con la 57° posizione tra le città globali nello specifico sottoindice che considera aspetti come le infrastrutture di trasporto, il turismo internazionale, la connettività, l’occupazione, lo sviluppo economico, ecc.), mentre rispetto alla sostenibilità ambientale si colloca al 36° posto su 100 città mondiali. Milano è, infatti, la città italiana che dopo Roma ha maggiormente ampliato nel triennio 2011-2014 il proprio verde urbano (1,1 milioni di mq in più), che nel 2014 ha rappresentato il 12,6% del territorio complessivo (contro il 9,5% di Parigi, il 13% di Amsterdam e il 45,1% di Vienna).

Rimane migliorabile l’immagine che Milano detiene rispetto alla qualità e al costo della vita. Nel ranking appena uscito Quality of Living Survey 2017 di Mercer, infatti, Milano mantiene, come nel 2016 e 2015, la 41° posizione su 231 città a livello mondiale, al di sotto del posizionamento di città europee competitor a livello turistico e congressuale come Vienna al 1° posto, Amsterdam al 12° e Parigi al 38°.

Con riferimento al costo della vita, Milano viene classificata a marzo 2016 da Mercer nel Cost of Living Survey come la 50° città più cara su 209 città mondiali, superata comunque a livello europeo da Zurigo (al 3° posto), Ginevra (8°), Londra (17°), Copenhagen (24°), Parigi (44°) e Dublino (47°).

Tuttavia occorre considerare, facendo riferimento ai costi maggiormente attinenti all’ambito turistico, che durante il 2016 secondo l’HRS Hotel Price Radar 2016 il prezzo medio di una camera d’hotel a Milano è diminuito del 10,9% rispetto al 2015, contro gli incrementi per esempio di Barcellona (+4,4%), Stoccolma (+10,4%) e Copenhagen (+7,6%) e i decrementi più ridotti di Londra (-9%), Parigi (-4,3%) e Amsterdam (-1,5%). Più in dettaglio, secondo l’Italian Hotel Monitor di Trademark Italia, il prezzo medio di una camera di hotel è diminuito del 5,7% nella categoria Upscale e del 2,8% nella categoria Midscale, mentre è aumentato dell’1,9% nella categoria Luxury.

Il posizionamento di Milano nell’ambito turistico

Notevoli i progressi nel settore turistico, che tra il 2014 e il 2015 ha visto l’incremento del 5,8% del numero di letti di hotel a Milano.

Nel 2015 Milano si è collocata al 23° posto su 100 città mondiali per numero di arrivi di turisti stranieri nel Top 100 City Destinations Ranking 2017 di Euromonitor International e al 14° posto a livello mondiale (8° in Europa) per la spesa dei visitatori stranieri (4,6 miliardi di dollari USA) nel Global Destination Cities Index 2016 di Mastercard.

È interessante rilevare come Milano sia una delle città che secondo Oxford Economics presenta i maggiori tassi previsti di crescita del numero di pernottamenti dei turisti stranieri nel periodo 2016-2020, il 3,8% contro il 3,3% di Parigi.

Per quanto riguarda in modo specifico il settore congressuale, nel periodo 2010-2015 Milano è stata la città che tra le maggiori città europee ha registrato la maggiore crescita del numero di eventi ICCA (+22,3%) e dei relativi partecipanti (+23,6%).

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